La storia della Cooperativa Oasi

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile.
E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.

San Francesco

La storia di Oasi è legata profondamente alla figura del suo direttore, Alessandro Castellari, che nel lontano 1993, in accordo con l’allora direttore dell’Irfop di Pordenone, Giuseppe Franchi organizzò i primi corsi di formazione professionale rivolti ai detenuti. All’interno del carcere si tenevano già quelli di informatica, con Ferruccio Valvasori, ma si voleva ampliare l’offerta.

Perché proprio i detenuti?
Il sillogismo vizioso era semplice: i carcerati erano rinchiusi a causa di azioni illegali; scontata la pena non avrebbero trovato o sarebbero stati incapaci, per mancanza di professionalità, di trovare un lavoro; ergo sarebbero ricorsi nuovamente ad azioni illegali per il loro sostentamento economico, ergo sarebbero ritornati in carcere.1

In accordo con il Cedis (Centro Diocesano di Solidarietà guidato da don Galiano, comunità di recupero per tossicodipendenti), Irfop e Direzione Carceraria, assieme ad altri vari enti, partirono i primi corsi nella sede del Cedis.

22Ben presto però le necessità dei carcerati coinvolti si scontrarono con quelle dei tossicodipendenti che vivevano al Cedis, sede dei corsi: non potendo questi ultimi né fumare una sigaretta né bere alcunché per motivi interni al regolamento del Centro, anche i carcerati dovevano osservare queste regole; ma alla lunga divennero troppo restrittive per loro, così Sandro decise di lasciare il Cedis, dove da anni prestava servizio volontario, e di rendersi autonomo. In una struttura all’interno del Villaggio del Fanciullo, ente di formazione professionale, si diede seguito a quei primi corsi, anche grazie alla lungimiranza di Don Giancarlo Stival, che vide in quel progetto qualcosa di concreto e fattibile.

Uno di questi corsi era proprio quello di giardinaggio, tenuto da un dipendente dei vivai Toffoli, Olimpio Rossetto.

Il mio compito al vivaio è curare le piante da buttare, quelle cresciute male.2

Frase significativa, nella quale senza che lui lo sapesse c’era il seme di tutta la vita della Cooperativa, ancora di là da venire.

Ben presto, dopo la fine dei corsi, giunse la necessità di creare il lavoro ai carcerati: e fu in tale frangente che venne fondata la cooperativa. Nel deserto occupazionale e residenziale in cui versavano gli ex detenuti, la cooperativa avrebbe rappresentato una prima oasi di sollievo, dalla quale proseguire poi il cammino in autonomia.

La cooperativa fu fondata il 18 dicembre 1995, con soci lavoratori e soci volontari. Per la regione questi ultimi erano “troppi”, e così si fu costretti a togliere chi non era in CdA, mentre la curia non vedeva di buon occhio il coinvolgimento di don Giancarlo Stival come presidente, che si dovette dimettere; al suo posto venne Sergio Chiarotto, allora preside del Liceo Classico Leopardi ed ex presidente della Provincia.

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Piero Di Pauli

Su tutti spiccava la figura di Piero Di Pauli, chiamato Piero bicicleta, sorta di “nume tutelare” della cooperativa, primo volontario del carcere di Pordenone, scomparso qualche anno fa. La sua memoria, però, vive ancora oggi con il progetto Ero carcerato in collaborazione con la Conferenza San Vincenzo di Pordenone.

Cominciò la ricerca di una sede per la cooperativa. Una bellissima ma irraggiungibile malga a 1200 metri d’altezza, a Castaldia, un appartamento in affitto a San Foca di San Quirino (dove furono costretti ad andarsene per le proteste dei paesani), a un certo punto, perfino casa di Sandro Castellari dove ci si poteva lavare e cambiare prima e dopo il lavoro. Infine una dimora arrivò: una stalla ad Azzano X, molto poco accogliente ma pur sempre stabile. Arrivarono le prime commesse lavorative, si tentò di sistemare la casa di Azzano X per fornirla almeno di una cucina. Dopo quattro anni passati lì venne acquistato un rustico nella campagna di Cordenons, zona Pasch, dove non ci fu una calorosa accoglienza già in fase di ristrutturazione, e in cui l’allora sindaco concesse la residenza solo a fronte di una necessità impellente, ovvero quella di ospitare due tossicodipendenti divenuti ingestibili per il comune.
I rapporti con il Comune si stabilizzarono nel tempo, tanto da ottenere alcuni appalti per lavori di giardinaggio; tuttavia spesso si ricorreva alla Cooperativa come refugium peccatorum. Ma fu nel 2006, e a causa dell’indulto-condono approvato quell’estate, che la situazione divenne ingestibile, accogliendo in una struttura adatta a 7 persone ben 12 detenuti ed ex detenuti.

Clicca e guarda il video tratto dal programma Ballarò in onda il 7 novembre 2006 su RaiTre, in pieno periodo “condono-indulto”: tra gli intervistati, Sandro Castellari e alcuni soci lavoratori.

Tra alti e bassi, tra esperienze positive e altre più sconfortanti, è da vent’anni che la cooperativa va avanti. Sono stati superati anche momenti molto bui, nei quali l’esistenza stessa della cooperativa è stata messa a rischio, ma i soci consiglieri e i lavoratori si sono sempre fatti forza e rialzati.

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Nel 2013, dopo tredici anni a Cordenons, si decise di trasferire tutta l’attività a Pordenone. Ma la casa di Cordenons non ha perso la sua identità: e oggi don Piergiorgio Rigolo, cappellano del carcere, continua a ospitare lì ex carcerati e adulti in difficoltà: è la casa di accoglienza “Oasi 2”.

Qui ci sono invece io, direttore, segretario, coordinatore, «confessore», factotum sostenuto dai consiglieri d’amministrazione e dai «ragazzi», i «briganti», quei soci lavoratori refrattari alle regole, ai capi squadra e ai responsabili perché ancora preferiscono individuare nella mia persona «quel che me comanda», come un vecchio combattente che ha vinto mille battaglie.3

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1 Alessandro Castellari, contributo all’opuscolo Non era un miraggio. I vent’anni dell’OASI per la dignità sociale e occupazionale di detenuti ed ex detenuti.
2 Ibidem.
3 Ibidem.